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 Cannabis: L'eterno dilemma

Irvin Rosenfeld negli ultimi 31 anni ha fumato 12 spinelli al giorno. A causa del suo debilitante male, Rosenfeld è una delle sette persone negli Stati Uniti a cui è legalmente concesso di fumare sigarette alla marijuana. La cannabis è l’unica droga che riesce a controllare il devastante dolore causato dai 200 tumori presenti nei muscoli, nelle ossa e nelle vene del suo corpo.

Al bambino, ricoverato al Boston Children’s Hospital, dissero che non avrebbe superato gli anni dell’adolescenza; oggi Rosenfeld ha 50 anni e gioca a softball. La marijuana gli ha salvato la vita; lo ha aiutato ad alleviare il suo dolore cronico annichilendo la malattia stessa.

Allo stesso tempo la droga non ha controindicazioni negative durature sul suo corpo. Questo operatore di borsa di Fort Lauderdale non ha di fatto subito perdita di memoria, problemi cognitivi o malattie respiratorie. Rosenfeld può essere considerato l’esempio vivente dell’annoso problema legato agli effetti della droga sull’uomo. Gli effetti a lungo termine della cannabis si stanno ancora studiando oggi.

La marijuana, il pot, l’erba, la canna o comunque venga chiamata, continua a eludere anche i più grandi scienziati e i migliori medici; ci sono infatti poche testimonianze di effetti negativi duraturi manifestati su consumatori abituali di cannabis che oggi hanno smesso di fumare. Esistono ovviamente delle certezze: fumare, non importa cosa, è sicuramente dannoso per i polmoni. Studi recenti hanno dimostrato un aumento dei problemi respiratori nei fumatori mentre la ricerca Sloan-Kettering del 1999 ha identificato il legame esistente fra il consumo di marijuana e il tumore al cervello e al collo.

Esistono tuttavia contraddittorie prove sui legami esistenti fra la cannabis e lo sviluppo del tumore ai polmoni e gli stessi effetti a lungo termine della marijuana sul cervello continuano ad essere largamente discussi. Le capacità del cervello sotto l’effetto della droga sono chiaramente alterate, tuttavia i medici non hanno ancora definitivamente provato che le funzionalità di quest’ultimo, una volta che la persona ha smesso di fumare, possano essere definitivamente compromesse. «È ovvio che se ci si è intossicati con ogni tipo di droga, la macchina della risonanza magnetica evidenzierà certe alterazioni» afferma il dott. Harrison Pope, professore di psichiatria alla Harvard Medical School, direttore del laboratorio di Psichiatria Biologica all’Ospedale McLean di Belmont, nonché studioso degli effetti della marijuana sulle funzionalità del cervello. «Il problema è capire se una persona definitivamente disintossicata dalla marijuana e tornata a una vita normale, possa presentare comunque tracce visibili del suo abuso; l’unica risposta che possiamo dare è che non c’è ancora un sì definitivo o un no categorico». John English si è drogato per 12 anni. Oggi questo cittadino dell’Oregon non fuma più da 21 anni, malgrado ciò la droga convive con lui. English, che ha visto disgregarsi la famiglia a causa della sua brutta abitudine, è convinto di aver pagato il prezzo dei suoi abusi. La marijuana gli ha infatti causato perdita di memoria, privandolo di motivazioni e annichilendo ogni umano entusiasmo per le cose della vita. Malgrado la testimonianza preziosa di English sulle capacità devastanti della marijuana, riscontrate anche su altri ex fumatori, gli scienziati continuano da decenni le loro battaglie per fornire prove concrete che evidenzino la tossicità della cannabis sul cervello. Il dibattito sulla droga illegale più consumata negli Stati Uniti è alimentato proprio da questa massa inconcludente di ricerche. A differenza dell’alcol, gli effetti di un uso duraturo di cannabis non possono essere distinti da una scansione al cervello. Gli scienziati sono stati costretti a concentrare i loro studi sulle scienze umane con interviste e test cognitivi che inevitabilmente non hanno dimostrato nulla. Secondo il professor Pope quando si valutano il quoziente intellettivo, le capacità organizzative e la capacità di memoria, è difficile sceverare tutti i condizionamenti esterni che hanno delimitato la formazione di una persona. Uno studio pubblicato nel marzo del 2002 sul giornale dell’Associazione Medica Americana ha svelato che i consumatori abituali di cannabis mostravano deterioramenti di memoria e perdita di concentrazione anche oltre il periodo dell’intossicazione. Sono stati allegati allo studio, denominato “Progetto Ricerca Marijuana”, i test cognitivi di 51 consumatori a lungo termine e di 33 non consumatori. Sebbene i forti consumatori abituali abbiano ottenuto scarsi risultati rispetto ai non consumatori, in media, i pazienti si erano astenuti dall’utilizzo di marijuana per sole 17 ore: rimane dunque poco chiaro quanto gli effetti possano dissiparsi nel tempo. Il dott. Ronald Kadden, psicologo dell’Università del Connecticut e co-autore dello studio, ha lavorato clinicamente con forti consumatori di cannabis per oltre un decennio. Attualmente Kadden si trova nel mezzo di un progetto quinquennale nel quale si stanno valutando le reazioni ai farmaci di 248 consumatori a lungo termine di Anni di studio ed esperienza permettono a Kadden di individuare facilmente un ex fumatore di spinelli senza alcuna prova scientifica. «Alcuni pazienti vengono da me presentando problemi di memoria e generale stato di apatia negando però di aver mai fatto uso di marijuana. Nel momento in cui la persona viene incalzata con domande precise riguardo la vita privata, quasi sempre si viene a conoscenza di un passato in cui il paziente aveva fatto uso massiccio di marijuana, attorno ai 20 anni d’età, abitudine poi interrotta in maturità. L’uso prolungato di queste sostanze può danneggiare le capacità organizzative, cognitive e comportamentali dell’individuo» afferma Kadden, definendo consumatore a lungo termine colui che usa marijuana da oltre due anni. Uno studio pubblicato nel 2002 dalla rivista ufficiale dell’Associazione Medica Canadese rifiuta le scoperte di Kadden. I medici dell’Università di Carleton a Ottawa hanno esaminato 70 giovani adulti comparando i loro quozienti intellettivi con quelli di giovani pazienti in periodo preadolescenziale. I consumatori abituali hanno registrato una caduta di 4,1 punti sul punteggio del test, risultato negativo che tuttavia gli ex consumatori di marijuana non hanno avuto. Sebbene questi dati possano far pensare che la cannabis non abbia effetti negativi duraturi, sarebbe poco realistico non prendere in considerazione quanto altri fattori, come l’educazione e lo stile di vita, giochino un ruolo importante nell’esito della ricerca stessa.

Secondo il dott. Pope è praticamente impossibile ottenere risultati scienti.ci perfetti per un essere umano. «Indubbiamente è possibile notare una differenza nei consumatori abituali; non sappiamo quanto questa differenza sia attribuibile alla marijuana oppure ad altre caratteristiche che i consumatori di cannabis hanno e che i non consumatori non presentano. Possiamo certamente affermare che la marijuana ha effetti sostanziali che allo stesso tempo, alla luce delle altre confuse variabili, potrebbero alla fine risultare modesti». Uno spinello ha quattro volte più catrame di una normale sigaretta al tabacco ed è 60 volte più cancerogeno. È stato dimostrato che i consumatori a lungo termine di marijuana registrano gli stessi problemi respiratori dei normali fumatori, cioè bronchite cronica, far pensare che il legame esistente fra marijuana e cancro sia indissolubile; ma la scienza non ne è convinta. I medici hanno infatti sviluppato tesi i cui risultati non evidenziano prove concrete che condannino l’uso della cannabis. «Ogni volta che si immette aria calda assieme a qualsiasi sostanza chimica all’interno dei nostri polmoni ci si fa del male» afferma Carlos Alvarez, direttore esecutivo dell’American Lung Association of Massachusetts (Associazione Americana Polmoni) «Una delle forme di cancro più frequenti è causata dalle piccole particelle che immesse nei polmoni tendono poi a produrre metastasi ma il fumo da marijuana non si comporta necessariamente così; è infatti più probabile contrarre polmoniti e ostruzioni polmonari croniche piuttosto che forme tumorali». Dott. Zuo-Feng Zhang, epidemiologo dell’Università di Los Angeles fa attualmente parte del più quali.cato team statunitense di medici specializzati nello studio del tumore alla testa, al collo e ai polmoni, con particolare attenzione rivolta all’influenza della marijuana sulle forme tumorali. I medici che lavorano a questo studio quinquennale stanno valutando le reazioni di 600 pazienti affetti da cancro ai polmoni e di altrettanti malati di tumore alla testa e privi di forma tumorale alcuna.«Per quanto riguarda il cancro ai polmoni, non siamo ancora sicuri che esistano legami con il consumo di marijuana mentre il rischio di contrarre un tumore alla testa e al collo è alto se si consuma questa droga» afferma Zhang «La marijuana causa molti cambiamenti genetico- molecolari nel paziente affetto da cancro ai polmoni, fattore che avalla l’incidenza della droga nel contrarre questo tipo di tumore». Uno studio del 2000, condotto dal centro Sloan-Kettering di New York con la partecipazione del dott. Zhang, ha dimostrato che il consumo di marijuana aumenta il rischio di sviluppare forme cancerogene alla testa e al collo, inclusi i tumori alla bocca e alla gola. Questa ricerca ha esaminato 173 pazienti affetti da cancro alla testa e al collo paragonandoli a 176 persone sane e ha approfondito lo studio con domande riguardanti la vita privata dei pazienti stessi e il loro passato di consumatori di marijuana.I medici hanno riconosciuto in coloro che facevano uso di questa droga un fattore di rischio tumorale 2,6 volte più alto rispetto alle persone che non avevano mai toccato uno spinello. Per complicare ulteriormente le cose, un progetto del 2000 della John Hopkins Medical School ha rifiutato le Sloan-Kettering. Daniel E. Ford ha studiato 164 pazienti con questo tipo di tumori contrapponendoli a 526 individui sani senza riscontrare prova alcuna che evidenzi il contributo negativo della marijuana in questo tipo di forme tumorali. L’Associazione Americana Polmoni è convinta che i consumatori di marijuana fumino anche normali sigarette o facciano uso di altre droghe illecite, rendendo difficile decifrare quali siano gli effetti che l’unione di queste sostanze hanno sulla mente e sul corpo di una persona. Il dibattitocontinua dunque e le ricerche alimentano le tesi contro l’uso della marijuana ma anche quelle a favore di questa droga molto utilizzata. Ci si domanda se gli scienziati riusciranno un giorno ad arrivare a conclusioni certe. Irvin Rosenfeld e John English non sono affatto interessati alle conclusioni scientifiche. Rosenfeld riesce a condurre una vita che non avrebbe mai sperato di vivere; in questi giorni si sta preparando per una competizione nautica assieme a un equipaggio di disabili. Allo stesso tempo English, perduto il suo lavoro, lotta per riappropriarsi della sua vita e si domanda come fare per raccogliere i pezzi di un’esistenza che, afferma lui stesso, è stata devastata dalla marijuana.

Christina Wallace

Nota: Speciale - 'Metro'
Cannabis Terapia

 
 
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