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 Una risorsa di nome canapa

Articolo inviato da blasco71

Perché la canapa è così importante per l'economia e l'ambiente?
Si parla sempre molto di ambiente, ma se ne parla
anche molto a sproposito. Infatti, nonostante i tanti
dibattiti, quando c'è una possibilità di sostituire il
petrolio con materie prime naturali e rinnovabili,
nessuno se ne accorge (così come nessuno si è mai
accorto del più grande sperpero di risorse energetiche
della Storia, quello del metano).

Certo, è molto
difficile oggi immaginare un'economia sviluppata che
possa fare a meno del petrolio, dei milioni di alberi
abbattuti ogni anno per fare la carta, e dei prodotti
dell'industria chimica. Ed è altrettanto difficile
immaginare una società affluente senza le montagne di
rifiuti, l'effetto serra e tutti gli altri disastri
ambientali a cui siamo da tempo abituati.

Eppure una concreta e fondata speranza esiste: questa
speranza ci viene dalla canapa. Con le materie prime
della canapa si possono produrre, in modo pulito ed
economicamente conveniente, tessuti, carta, plastiche,
vernici, combustibili, materiali per l'edilizia ed
anche un olio alimentare di altissime qualità. La
canapa è stata, tra le specie coltivate, una delle
poche conosciute fin dall'antichità sia in Oriente che
in Occidente. In Cina essa era usata fin dalla
preistoria per fabbricare corde e tessuti, e più di
2000 anni fa è servita per fabbricare il primo foglio
di carta. Nel Mediterraneo già i Fenici usavano vele
di canapa per le loro imbarcazioni. E nella Pianura
Padana la canapa è stata coltivata per la fibra
tessile fin dall'epoca romana. Ma quali sono le
materie prime della canapa, e quali prodotti se ne
possono ottenere?

MATERIE PRIME - La canapa è una pianta dal fusto alto
e sottile, con la parte sommitale ricoperta di foglie,
e può superare i 4 metri d'altezza. La parte fibrosa
del fusto si chiama "tiglio" e la parte legnosa
"canapolo". La canapa può essere coltivata per due
scopi principali: per la fibra tessile o per i semi.
Se si coltiva la canapa per la fibra tessile il
raccolto va fatto subito dopo la fioritura, si possono
ottenere fibre tessili (20%), stoppa (10%) e legno o
canapolo(70%). Se invece si coltiva la canapa per i
semi, la parte fibrosa o tiglio è interamente
costituita da stoppa, cioè da fibra di qualità
inferiore inadatta per l'uso tessile. Una importante
caratteristica della pianta di canapa è la sua
produttività. E' una delle piante più produttive in
massa vegetale di tutta la zona temperata: una
coltivazione della durata di tre mesi e mezzo produce
una biomassa quattro volte maggiore di quella prodotta
dalla stessa superficie di bosco in un anno. Molti
contadini vogliono riprendere a coltivare la canapa se
non altro perché, data la sua velocissima crescita,
essa sottrae la luce e soffoca tutte le altre erbe
presenti sul terreno, e lo libera quindi da tutte le
infestanti meglio di quanto non sappiano fare i
diserbanti.

Ecco che cosa si può ricavare da queste materie prime.

TESSUTI - La pianta di canapa, più produttiva in fibra
tessile del cotone, oggi può essere lavorata in
impianti che sostituiscono le lunghe e faticose
lavorazioni manuali di un tempo. La sua coltivazione
richiede pochi pesticidi e fertilizzanti, mentre il
cotone specialmente di pesticidi ne richiede
moltissimi. Inoltre la fibra della canapa è molto più
robusta e dura più a lungo. Attualmente può essere
lavorata in modo da renderla sottile quanto si vuole,
e viene proposta in sostituzione del cotone e delle
fibre sintetiche.

SEMI E OLIO - La canapa, oltre che per la fibra
tessile puo' essere coltivata per ricavarne i semi. I
semi di canapa contengono proteine di elevato valore
biologico nella misura del 24 %, ed un olio nella
percentuale dal 30 al 40 %. Per il loro valore
nutritivo i semi di canapa sono stati proposti come
rimedio alla carenza di proteine dei paesi in via di
sviluppo.
Le qualità dell'olio di canapa sono eccezionali. E'
particolarmente ricco di grassi insaturi ed è l'ideale
per correggere la dieta dell'uomo moderno e per
prevenire le malattie del sistema cardiocircolatorio.
Altrettanto straordinarie sono le proprietà di questo
olio per gli usi industriali: non a caso è stato
paragonato all'olio di balena. Le vernici fabbricate
con questa materia prima, oltre a non essere
inquinanti, sono di qualità incomparabilmente
superiore rispetto a quelle prodotte con i derivati
del petrolio. Con l'olio di canapa si possono inoltre
fabbricare saponi, cere, cosmetici, detersivi
(veramente biodegradabili), lubrificanti di precisione
ecc.

CARTA - Una volta estratta la fibra tessile o dopo
aver raccolto di semi, rimangono la stoppa più la
parte legnosa o canapolo, che non si possono
considerare solo un semplice sottoprodotto, ma
un'altra importante materia prima. Con la stoppa si
può fabbricare carta di alta qualità, sottile e
resistente. Con le corte fibre cellulosiche del legno
si può produrre la carta di uso più corrente, come la
carta di giornale, i cartoni ecc.
Fare la carta con la fibra e il legno della canapa
comporta importanti vantaggi: innanzitutto per la sua
enorme produttività in massa vegetale, e poi perché la
si può ottenere da un'unica coltivazione insieme alla
fibra tessile o ai semi.
Un altro grosso vantaggio della canapa è costituito
dalla bassa percentuale di lignina rispetto al legno
degli alberi, che ne contengono circa il 20 % oltre ad
un'analoga percentuale di sostanze leganti.
Attualmente le grandi cartiere utilizzano solo il
legname degli alberi. Il processo per ottenere le
microfibre pulite di cellulosa, e quindi la pasta per
la carta, prevede l'uso di grandi quantità di acidi
che servono per sciogliere il legno. Questa
operazione, ad un tempo costosa ed inquinante, non è
necessaria con la carta di canapa ottenuta dalla sola
fibra, e per quanto riguarda il legno di acidi ne
servono meno della metà. Inoltre la fibra e il legno
della canapa sono già di colore bianco e la carta che
se ne ottiene è già stampabile. E per renderla
completamente bianca è sufficiente un trattamento al
perossido di idrogeno (acqua ossigenata), invece dei
composti a base di cloro necessari per la carta
ricavata dal legno degli alberi. Questi composti
chimici sono una delle cause principali
dell'assottigliamento dello strato di ozono nell'alta
atmosfera.

TAVOLE - Con i fusti interi della canapa, pressati con
un collante, si possono fabbricare tavole per
l'edilizia e la falegnameria in sostituzione del
legno, che sono di grande robustezza, flessibilità ed
assai più leggere.

MATERIALI PLASTICI - Con la cellulosa di cui la pianta
è ricca, attraverso un processo di polimerizzazione,
si possono ottenere materiali plastici pienamente
degradabili che, se in molti casi non possono
competere con le sofisticate materie plastiche di
oggi, hanno comunque fin dall'inizio una serie di usi
importanti per imballaggi, isolanti e così via.

COMBUSTIBILI - La canapa, per la sua alta resa in
massa vegetale, è considerata anche la pianta ideale
per la produzione di combustibili da biomassa in
sostituzione dei prodotti petroliferi. Bruciare
combustibili da biomassa anziché petrolio non fa
aumentare l'effetto serra. Infatti l'anidride
carbonica viene prima sottratta all'atmosfera durante
la crescita della pianta, e poi restituita all'aria al
momento della combustione. In questo modo la quantità
di anidride carbonica dell'atmosfera non aumenta, al
contrario di quello che succede si bruciano
idrocarburi fossili.

Se è vero che con la canapa si possono produrre tutte
le cose elencate sopra (e tante altre ancora), come
mai le proprietà di questa pianta sono così poco
conosciute e così poco sfruttate?
Essenzialmente perché da troppo tempo si è smesso di
coltivarla.
In Italia la canapa era coltivata al Nord
principalmente per la fibra tessile, ed in Campania
per i semi. Nella Pianura Padana la coltivazione della
canapa è cessata a poco a poco negli anni Cinquanta,
perché non più conveniente rispetto al cotone e alle
fibre sintetiche. Anche la coltivazione della canapa
nel Meridione è cessata più o meno negli stessi anni.
Negli Stati Uniti la produzione di vernici con olio di
canapa era molto sviluppata fino al 1937 quando, molto
prima che in Italia, la legge ha proibito la
coltivazione della canapa insieme con la marijuana.
Nel nostro paese invece la legge contro la marijuana è
intervenuta quando già da tempo la coltivazione della
canapa era stata abbandonata. A questo proposito però
bisogna osservare che, anche se botanicamente si
tratta sempre di "cannabis sativa", dalle varietà
ottimizzate per la produzione di fibra e semi non è
possibile ricavare la droga.
Di fatto questa lunga interruzione della coltivazione
rende difficile oggi il suo rilancio.

Le modalità di coltivazione devono essere di nuovo
messe a punto, ed anche i processi di lavorazione
della materia prima devono essere riprogettati.
Per molte ragioni non sono più proponibili le lunghe e
pesanti lavorazioni manuali collegate con l'estrazione
della fibra tessile, che del resto avevano già portato
la canapa fuori mercato qualche anno fa. Sono
necessarie nuove tecnologie. Per esempio la
macerazione per il distacco della fibra sarà fatta in
appositi impianti ai quali i contadini conferiranno il
prodotto dopo averlo essiccato. Questi impianti si
possono già costruire, i processi sono stati quasi
completamente individuati. E' necessario ora
assemblare l'intera filiera che va dal produttore
agricolo al prodotto finito, ed avviare il meccanismo.
Il contadino non può mettersi a produrre la canapa se
non c'è un impianto che la può lavorare, e non si può
far lavorare l'impianto nuovo di zecca se i contadini
non lo riforniscono della materia prima.

Esistono però già fin d'ora molti fattori che premono
perché la macchina produttiva si metta in movimento.
Sia in Europa che nel Nord America i coltivatori sono
da tempo alla ricerca di nuove colture che possano
ampliare il mercato in settori diversi da quello
alimentare. Anche la CEE è interessata a promuovere
coltivazioni a destinazione non alimentare, ed ha
individuato nella canapa una delle colture più
interessanti. Per questo ha deciso di sovvenzionare i
coltivatori di canapa e di sostenere la ricerca per
mettere a punto i processi di lavorazione.
Questi sono segni che, anche al di là di
considerazioni di carattere ambientalista, c'è tutto
un mondo dell'economia che si sta spostando verso una
produzione basata su materie prime naturali e
riciclabili, sostitutive del petrolio e dei suoi
derivati.

Anche il mercato è pronto a ricevere i prodotti della
canapa. Esistono già ora centinaia di ditte in tutto
il mondo che, usando materie prime provenienti dai
paesi che non hanno mai interrotto la coltivazione
(come l'Ungheria), fabbricano numerosi articoli a base
di canapa: tessuti e capi d'abbigliamento, olio dei
semi e prodotti alimentari che li contengono, saponi,
cosmetici, vernici, carta, detersivi, tavole ed altri
materiali per l'edilizia, legni compensati, oggetti
d'arredamento ecc.
Alcune di queste ditte hanno visto il loro fatturato
crescere anche del 500 % in un solo anno. Ma
nonostante ciò la domanda continua ad essere superiore
all'offerta, ed i prezzi spesso sono alti. Alcuni
prodotti poi, come i tessuti, sono praticamente
introvabili.

Tutto questo è la dimostrazione che il rilancio della
canapa alla fine sarà sostenuto dal mercato, ovvero da
un'opinione pubblica consapevole del fatto che la
canapa può risolvere parecchi dei problemi ambientali
che ci assillano. Ma è anche la dimostrazione che i
tempi sono maturi per passare finalmente a produzioni
su vasta scala. Ciò che frena attualmente lo sviluppo
di questo settore e gli entusiasmi dei consumatori
sono infatti proprio le limitate disponibilità di
materie prime.

E in Italia a che punto è la situazione? Come al
solito l'Italia segue, e all'ultimo posto.
Virtualmente nel nostro paese ancora non esistono
ditte che producano o vendano prodotti di canapa.
Anche sul piano culturale o semplicemente informativo
l'Italia è ancora molto indietro. Lo dimostra il fatto
che il principale sito italiano su Internet (piuttosto
modesto) per documentarsi su questo argomento è ancora
quello di un volonteroso privato che è anche l'autore
di questo articolo (canapa.4net.com).
Ma esiste ora anche il sito Internet dell'ASSOCANAPA,
punto di riferimento indispensabile per tutti gli
agricoltori interessati alla canapa, che contiene già
molte informazioni di carattere agronomico
(www.canapa.com/home.htm).
Ugualmente indispensabile per chiunque voglia
approfondire ulteriormente l'argomento è anche un
volume pubblicato nel febbraio 1998. Si tratta di un
testo scritto da ricercatori italiani che fa il punto
su tutto quello che è stato fatto e su quello che
bisogna ancora fare in Italia per riprendere a
coltivare questa benedetta pianta. (CANAPA: IL RITORNO
DI UNA COLTURA PRESTIGIOSA - Nuove produzioni di fibra
e cellulosa di Paolo Ranalli e Bruno Casarini edito da
Avenue Media di Bologna).



PERCHE' LA CANAPA E' STATA PROIBITA?

IL DIFFICILE RILANCIO DELLA CANAPA

Per quale ragione una pianta così importante come la
canapa non viene ancora coltivata su larga scala? Per
quale ragione non si sono ancora fatti i minimi
investimenti per far partire le principali filiere del
tessile e della carta?

L'economia e l'ambiente non possono più fare a meno
delle materie prime alternative che solo la canapa può
fornire (Per quanto riguarda la carta gli editori
italiani in questo momento sono preoccupatissimi. Le
previsioni per il costo della carta sono nere: nel
2001 potrebbe crescere del 20%. E c'è il rischio che
la domanda sia molto superiore all'offerta: le
cartiere infatti tendono a vendere sui mercati dove si
paga in dollari. Alcuni giornali come il Giorno hanno
già cominciato a ridurre il numero dei fogli).

Inoltre la canapa è ormai indispensabile
all'agricoltura come coltura da rinnovo e come
alternativa "non-food" alle colture tradizionali
destinate all'alimentazione, il cui mercato non può
ulteriormente espandersi.

Il problema che finora ha impedito il rilancio della
canapa ha un nome: "marijuana".

Esistono diverse varietà di canapa. Ci sono quelle
coltivate tradizionalmente in Europa per produrre
tessuti (cannabis sativa) a basso contenuto di resina,
e quelle originarie dell'Oriente ricche invece della
resina contenente i cannabinoidi responsabili
dell'effetto psicoattivo (cannabis indica).

I cannabinoidi si trovano nella resina che impregna le
infiorescenze delle piante. Il THC
(tetraidrocannabinolo) è il cannabinoide più
importante.
Le infiorescenze ricche di THC servono per fare le
sigarette di marijuana, che la legge considera una
droga.

Il problema nasce dal fatto che la canapa europea a
basso tasso di THC è quasi indistinguibile dalla
canapa indiana (l'OMS - Organizzazione Mondiale della
Sanità - ha stabilito che se la percentuale di THC è
superiore al 1% si tratta canapa indiana, cioè di
droga, se è inferiore di canapa industriale).
La resina allo stato puro (hashish) dà effetti
allucinogeni, ed è quindi da considerare una vera
droga (anche se di solito la si usa, finemente
sbriciolata nel tabacco, per farne sigarette che hanno
la stessa concentrazione di principio attivo e si
fumano come la marijuana).
Anche se è possibile stabilire con delle analisi il
tasso di THC di una pianta, e anche se in deroga alla
proibizione e con mille limitazioni è consentito
coltivarla, di fatto la coltivazione della pianta a
scopo industriale non è libera. E se la coltivazione
non è libera, se può sempre capitare che un contadino
che la coltiva venga trattato come un trafficante di
droga, ben difficilmente si potranno trovare
agricoltori che la seminano e aziende che la lavorano.


Il problema "droga".

Se non ci fosse il problema marijuana la canapa
potrebbe essere una normale pianta coltivata, e noi
potremmo usarla per risolvere i tanti problemi
dell'agricoltura, dell'economia e dell'ambiente. Se da
alcune varietà di questa pianta si ricava una droga è
solo una sfortunata coincidenza.

Ma le cose stanno proprio così?

In realtà i termini della questione dovrebbero essere
rovesciati: non è vero che noi non possiamo usare
questa pianta per risolvere i problemi ambientali
perché - purtroppo - è anche una droga. E' vero invece
il contrario: la canapa ricca di resina è in realtà
prima di tutto un importante medicinale, ed è stata
fatta diventare una droga negli anni Trenta per
eliminare un pericoloso concorrente del petrolio,
dell'industria chimica e della carta fabbricata col
legno degli alberi.

E' questa la ragione per cui chi si interessa della
canapa per ragioni sia economiche che ambientali, deve
prima o poi fare i conti, anche se non vuole, con la
il problema droga.
Per capire perché è necessario fare qualche passo
indietro.
La canapa (cannabis sativa) è sempre stata una delle
principali piante coltivate, di grande importanza sia
economica che strategica, perché serviva per
fabbricare i più diffusi tessuti, le vele delle navi e
le corde. La canapa è anche una delle poche piante
coltivate fin dall'antichità sia in Oriente che in
Occidente. Non si può nemmeno immaginare la società
antica senza la canapa, senza i suoi tessuti, senza le
vele e le corde di canapa robuste e immarcescibili.
L'importanza della canapa nelle società antiche emerge
anche dalle località geografiche che portano ancora il
suo nome (Canavese in Italia, Hempshire in
Inghilterra, Bangladesh in Oriente sono solo alcuni
esempi). La canapa è stata spesso celebrata da
scrittori e da poeti, e in Italia le è stato dedicato
persino un poema, Il Canapaio.

Solo nel corso dell'Ottocento la coltivazione della
canapa ha perso gran parte della sua importanza perché
è stata sostituita progressivamente dal cotone, e le
navi a vela sono state sostituite dalle navi a vapore.

Anche gli usi medici della canapa (cannabis indica)
sono altrettanto antichi. Sono tradizionali in
Oriente, ma l'uso della cannabis con effetti
soporiferi era conosciuto anche tra le civiltà del
Mediterraneo (antichi Egizi) e successivamente presso
i paesi arabi.

Furono gli Inglesi a (ri)scoprire in India nella prima
metà dell'Ottocento l'importanza medica della
cannabis.
Nel 1842 il medico inglese O'Shaunghnessey ritornò in
Inghilterra portando con sé la tintura di canapa, e
ben presto questo nuovo farmaco si diffuse al punto da
diventare, nella seconda metà dell'Ottocento, uno dei
più diffusi nei paesi anglosassoni.

Gli usi medici della canapa indiana sono numerosi e
importanti, e ne fanno una delle piante medicinali più
utili in assoluto. La cannabis indica è uno dei
farmaci più efficaci, o il più efficace di tutti, come
analgesico, antiemetico, antidepressivo, nel mal di
testa ed emicrania, nell'epilessia, nel glaucoma,
nell'asma ecc.
A cavallo tra Ottocento e Novecento la canapa indiana
cominciò ad essere sostituita dai farmaci sintetici,
che avevano il vantaggio di poter essere dosati con
esattezza e di funzionare in modo più evidente, ed
anche di far guadagnare di più, mentre gli effetti
collaterali non erano ancora evidenti. Cominciò così
ad essere sostituita per le stesse ragioni che
portarono alla sostituzione progressiva dei farmaci
naturali con i farmaci sintetici.
La canapa ha quindi una lunga storia alle spalle, e
per quanto riguarda quella ricca di resina usata a
scopo medico, il problema dei suoi blandi effetti
psicoattivi era considerato trascurabile, tanto che
veniva somministrata tranquillamente anche ai bambini.


La riscoperta della canapa degli anni Trenta e la
proibizione del 1937

Per quanto riguarda gli usi industriali, negli anni
Trenta ci fu un rinnovato interesse per la canapa:
vennero studiati nuovi materiali ad alto contenuto di
fibra per l'industria, materie plastiche ricavate
dalla cellulosa del legno, e venne anche studiata la
possibilità di fabbricare la carta col legno della
canapa. Infine con l'olio già si producevano in grande
quantità vernici e carburante per auto.
Proprio in quegli anni il magnate del petrolio Henry
Ford costruì un prototipo di automobile in cui sia la
carrozzeria che gli interni e persino i vetri dei
finestrini erano fatti di canapa. Quest'auto pesava un
terzo di meno, e anche il carburante che la faceva
muovere era di canapa.

Negli anni Trenta la canapa era diventata matura per
servire come fonte abbondante di materie prime per
numerosi settori dell'industria. Un'industria molto
più sostenibile per l'ambiente rispetto a quella che
conosciamo.

Purtroppo queste promesse non furono mantenute. Si
erano allora già costituiti dei grossi interessi che
si contrapponevano alla canapa. Con il petrolio si
incominciavano a produrre materiali plastici e
vernici, e la carta di giornale della catena Hearst
era fabbricata a partire dal legno degli alberi con un
processo che richiedeva grandi quantità di solventi
chimici, forniti dalla industria chimica Du Pont.

La Du Pont e la catena di giornali Hearst quindi si
coalizzarono. Con una martellante campagna di stampa
durata anni la cannabis, chiamata da allora con il
nome di "marijuana", venne accusata di essere
responsabile di tutti i delitti più efferati riportati
dalla cronaca del tempo.

Il nome messicano "marijuana" era stato scelto con
cura al fine di mettere la canapa in cattiva luce,
dato che il Messico era allora un paese "nemico"
contro il quale gli Stati Uniti avevano appena
combattuto una guerra di confine. Inoltre era un
termine sconosciuto in America, per cui l'opinione
pubblica, sentendo parlare di una droga tanto
pericolosa, non poteva certo immaginare che fosse
l'innocuo e gentile farmaco chiamato cannabis dalle
proprietà rilassanti, che come blando effetto
collaterale poteva provocare solo una moderata
allegria.

Approfittando anche del fatto che l'America degli anni
Trenta attraversava una profonda crisi economica, con
milioni di disoccupati e un'opinione pubblica
esasperata alla ricerca di qualcuno con cui
prendersela, nel 1937 venne approvata una legge che
proibiva la coltivazione di qualsiasi tipo di canapa.
Da notare che non venne proibita solo la canapa ricca
di resina, ma anche la normale canapa coltivata. Da
notare inoltre che non di semplice proibizionismo si
tratta, ma di iperproibizionismo, tanto più iper
quanto più ingiustificato. In America ancora oggi
vanno in galera ogni anno alcune centinaia di migliaia
di persone solo perché trovati a fumare qualche
sigaretta. Da notare che il proibizionismo è stato
determinante nel diffondere l'uso consumistico della
canapa, mentre prima esisteva solo quello medico. Da
notare infine che, a conti fatti, l'unico
proibizionismo che ha veramente funzionato, è stato
quello nei confronti della canapa per uso industriale,
il vero obiettivo della proibizione, oltre che della
canapa medica.

Dagli anni Trenta in poi l'industria chimica del
petrolio e quella della carta fabbricata col legno
degli alberi hanno provocato infinite distruzioni
negli ecosistemi mondiali.

Se oggi si vuole costruire una società dei consumi
molto più sostenibile per l'ambiente è quindi
necessario rovesciare quella decisione che nel 1937 ha
trasformato uno dei più importanti e innocui farmaci
in una pericolosa droga.

Come già detto la cannabis può anche essere una vera
droga, se non per i danni, almeno per gli effetti che
può provocare. La resina allo stato puro (conosciuta
come hashish) assunta a forti dosi provoca effetti
allucinogeni, tanto più intensi quanto maggiore è la
dose. Non è stata però questa la ragione della
proibizione della canapa del 1937, perché allora l'uso
allucinogeno era di fatto sconosciuto in America, non
corrispondeva al nome messicano di marijuana, e in
ogni caso non avrebbe potuto provocare i fatti di
cronaca violenti che le venivano attribuiti.

Ad ogni modo questo problema esiste. Un uso
consumistico della cannabis a scopo allucinogeno è da
sconsigliare: l'hashish non è una sostanza anodina;
può provocare forti sensazioni sia piacevoli che
spiacevoli, e quindi bisognerebbe almeno usarla con
cautela.

La cannabis provoca danni fisici e dipendenza?

Sui principali media (giornali, televisioni ecc.)
infuria continuamente il dibattito sulla presunta
pericolosità della canapa indiana, sia per quanto
riguarda i danni fisici sia per quanto riguarda la
dipendenza.
Per quanto riguarda il problema dei possibili danni
fisici, il rapporto Roques commissionato dal Governo
francese, nel capitolo che riguarda la cannabis, cita
molte ricerche fatte o in corso di svolgimento, che
potrebbero concludersi con la dimostrazione di qualche
danno a carico della canapa indiana. Ma il fatto è
che, nonostante i molti paroloni scientifici, di
dimostrato non c'è ancora nulla. Di ricerche ne sono
state fatte molte, proprio allo scopo di individuare
dei danni con cui giustificare il proibizionismo, ma
sono proprio queste ricerche che ne hanno dimostrato
la totale innocuità. La cosa più importante di cui si
riferisce nel rapporto, che è anche quella che viene
citata più spesso dai proibizionisti, è una
"perturbazione del comportamento del sistema
immunitario", osservata nelle cavie di laboratorio
alle quali sono state somministrate dosi molto forti
di cannabis.
Un comportamento irregolare del sistema immunitario
potrebbe sicuramente provocare dei problemi, ma
bisogna tenere conto che si tratta di dosi molto
superiori a quelle mai assunte da essere umano.
Gli alti dosaggi con effetto allucinogeno, gli unici
che potrebbero destare qualche preoccupazione, non
hanno però molto interesse per gli usi di medicina, e
per di più sono anche poco diffusi tra i consumatori
di canapa indiana.
E' il consumo a basse dosi, tipico della cannabis
fumata, o marijuana, che interessa la medicina, anche
se bisogna dire che, quando la cannabis era usata a
scopo medico, era somministrata sotto forma di
tintura, e quindi dosata in gocce, e non fumata. Anche
così comunque si manifestano i famosi effetti
psicoattivi, che però non erano considerati da nessuno
un problema.
Quando si parla di marijuana l'unico esempio che i
proibizionisti riescono a fare riguarda i possibili
danni ai polmoni. Si parte da questa constatazione:
una sigaretta di marijuana deposita nei polmoni tre
volte più catrame rispetto ad una normale sigaretta di
tabacco. Cosa significa? Che la marijuana è tre volte
più dannosa del tabacco? Che comporta un rischio tre
volte più grande di cancro ai polmoni?
Innanzi tutto va detto qual è la ragione di questo
maggior deposito di catrame: le sigarette di tabacco
hanno il filtro, le altre, vendute nel mercato
clandestino, no.

Inoltre di marijuana rispetto al tabacco se ne fuma
molto meno. Secondo il rapporto Roques il 90% dei
consumatori di cannabis sono occasionali, cioè non
fumano nemmeno una sigaretta al giorno. Per di più, se
fosse veramente questo il problema, basterebbe usare
pipe ad acqua che abbattono completamente il catrame,
oppure altre forme di somministrazione. Ma anche le
indagini sui fumatori più accaniti, quelli che fumano
fino a 10 sigarette di marijuana al giorno (il massimo
teorico, perché in questo modo si è sotto l'effetto
della sostanza per tutte le ore del giorno in cui si è
svegli), non hanno dimostrato nessun aumento del
rischio statistico di ammalarsi di malattie polmonari
o di cancro ai polmoni.

Nel fumo di tabacco ci sono delle sostanze cancerogene
che evidentemente mancano nel fumo della cannabis.
Inoltre, mentre la nicotina del tabacco provoca il
restringimento degli alveoli dei polmoni, il fumo
della cannabis ne provoca la dilatazione, il che
favorisce l'eliminazione delle sostanze estranee. Per
questo motivo il fumo della marijuana è considerato un
rimedio per l'asma. Gli scienziati dicono che nei
fumatori di marijuana si osservano gli stessi danni
superficiali alle mucose dei polmoni dei fumatori di
tabacco, ma che poi il danno non progredisce oltre.
Anche gli altri danni, imputati a volte alla canapa
indiana, sono stati regolarmente smentiti dalle
ricerche scientifiche: la diminuzione della memoria
non è mai stata dimostrata, perché i test di memoria
danno differenze minime e oltretutto contrastanti. I
danni al cervello sono del tutto inesistenti anche per
le dosi allucinogene (mentre una sbornia di alcool
provoca estese distruzione di cellule cerebrali).

Per quanto riguarda invece il problema dipendenza,
mentre il rapporto Roques sostiene che in un numero
limitato di casi, comunque molto inferiore a quelli di
alcool e tabacco, alte dosi di cannabis (hashish)
possano dare dipendenza, altri autori sostengono che
non dà mai assuefazione o dipendenza quali che siano
le dosi.
Nessuno invece può più sostenere che esistano problemi
di dipendenza per la cannabis a basse dosi
(marijuana). Vedere per esempio nella pagina sugli usi
medici della canapa il servizio pubblicato a suo tempo
dalla rivista inglese New Scientist che fa anche il
punto sulla esperienza olandese di liberalizzazione
del consumo della canapa indiana
http://canapa.4net.com/medicina/index.html

Sia sufficiente dire che per la marijuana o l'hashish
non sono mai stati previsti in nessuna parte al mondo
programmi di disintossicazione, ma solo a volte, come
negli Stati Uniti, corsi di rieducazione per non
perdere il lavoro - il che è un'altra cosa -.
Per restare con i piedi per terra vale la pena
considerare i danni (e la dipendenza) di una sostanza
ritenuta innocua e venduta per questo senza ricetta
medica come farmaco da banco in tutte le farmacie.

L'aspirina, che guarda caso ha sostituito giusto 100
anni fa la cannabis come analgesico, provoca
facilmente ulcerazioni allo stomaco (e a tutti sarà
capitato sentirsi dire di non prenderla a stomaco
vuoto). Inoltre nella letteratura scientifica sono
segnalati decine di casi di morte dovuti all'aspirina.
Inoltre l'aspirina provoca anche assuefazione, se è
vero che ci sono milioni di persone nel mondo che
consumano l'aspirina a mezzo tubetto per volta.
Secondo Lester Grinspoon, il principale esperto
mondiale di marijuana, non esiste invece nella
letteratura medica nemmeno un caso di morte
attribuibile con certezza alla cannabis.

Se fossero stati dimostrati a carico della cannabis
anche solo un decimo dei danni provocati
dall'aspirina, chissà che cosa non si sarebbe detto!
In realtà i danni provocati dalla canapa indiana,
ammesso che ce ne siano, sono ben inferiori alla
decima parte di quelli provocati dall'aspirina. Per
sostenere che la cannabis provoca dei danni bisogna
veramente arrampicarsi sugli specchi!

Se poi si paragona il farmaco cannabis a tutti quelli
che attualmente lo sostituiscono, come gli
psicofarmaci, gli antiemetici ecc., e che provocano
estesi danni collaterali, forte dipendenza e pesanti
effetti sulla psiche, il confronto con la totale
innocuità della canapa indiana è ancora più stridente.

E' veramente curioso che simili argomenti vengano
ancora ritenuti una giustificazione di quello che è di
fatto un vero e proprio accanimento proibizionistico.

Gli effetti psicoattivi della marijuana

Ma non possono essere una giustificazione del
proibizionismo nemmeno gli effetti psicoattivi indotti
dalla cannabis a basse dosi.
Prima di tutto si tratta di effetti blandi, tanto che
una persona sotto la sua influenza non è facilmente
distinguibile da un'altra. Inoltre questi effetti sono
tutt'altro che demoniaci. Ecco più o meno quali sono
(non per esperienza diretta): distensione mentale e
muscolare, miglioramento dell'umore, rallentamento dei
riflessi, maggior difficoltà nel mantenere
l'attenzione e maggior interesse per i piccoli
dettagli.
Per quanto riguarda il rallentamento dei riflessi e la
maggiore difficoltà di attenzione, non si tratta dei
"danni" della cannabis, ma solo delle sue peculiari
caratteristiche (completamente reversibili e senza
alcun effetto a lungo termine come molti studi hanno
dimostrato). Così la caratteristica della camomilla è
di conciliare il sonno, e quella del caffè di
migliorare lo stato di attenzione, ma nessuno pensa
per questo che la camomilla e il caffè per i loro
effetti sulla psiche siano delle pericolose droghe da
proibire.

D'altra parte la proibizione del 1937 era stata
giustificata con ben altre accuse che quella di
allentare un po' i riflessi: la si accusava di essere
responsabile di tutti i delitti più efferati riportati
dalla cronaca del tempo, come se potesse rendere le
persone pazze e assatanate di violenza.
Adesso nessuno si sogna più di fare simili accuse, che
però sono state la causa di quella che si potrebbe
definire "la madre di tutte le proibizioni". Una
proibizione che da allora in poi, nonostante che gli
argomenti originari siano venuti meno, è stata
ribadita infinite volte. Anzi, sempre nell'intento di
giustificare questa anacronistica proibizione, da
qualche parte oggi si sostiene che la cannabis
potrebbe rendere le persone così miti e tranquille
che, nel caso venissero aggredite, non sarebbero più
in grado di difendersi...

Da precisare che qui non si sta parlando né di "droghe
leggere", che comprendono anche le pasticche fatte di
sostanze chimiche artificiali che pochi o molti danni
sicuramente provocano, né di droghe in generale. Ma
solo di una pianta e di un farmaco naturale di nome
cannabis.
L'unica controindicazione riguarda il consumo
eccessivo da parte degli adolescenti.
In questa età difficile, in cui si passa da un
ambiente protetto e senza preoccupazioni ad una
situazione in cui bisogna cominciare ad assumersi le
proprie responsabilità, ci può essere la tentazione di
sfuggire alla realtà. Si può cercare di sfuggire alla
realtà in tanti modi: troppa tivù, film, videogiochi,
fumetti ecc. E anche troppa marijuana. Di per sé la
marijuana non costituisce un problema, salvo che non
diventi un comodo rifugio per sfuggire alla realtà e
alle proprie responsabilità. Anche in questo caso però
è molto meglio informare correttamente ed educare
piuttosto che proibire. Certamente la strada peggiore
di tutte è quella di ingannare i giovani, che sanno
benissimo che la marijuana è del tutto innocua, e che
per procurarsela devono esporsi ai contatti con gli
spacciatori di droghe pesanti.

Sarebbe veramente ora di prenderne atto.

La sindrome della prima guerra mondiale.

In realtà nel comportamento di molti dei
proibizionisti della cannabis sembra di scorgere
quella che si potrebbe chiamare "la sindrome della
prima guerra mondiale".
Per spiegare cos'è la sindrome della prima guerra
mondiale è necessario fare una digressione.
Le guerre di solito nascono quando negli stati ci sono
forti tensioni interne che non si possono risolvere:
queste tensioni vengono allora proiettate all'esterno,
verso i paesi confinanti. Ma la prima guerra mondiale
non è nata così. Anzi l'Europa di quegli anni stava
vivendo un periodo di crescita economica e di
crescente benessere. Capitarono dei fatti che
portarono Francia e Germania ad un confronto militare.
Ognuno dei due paesi pensava che sarebbe stato
sufficiente mostrare i muscoli, e poi, dopo qualche
mese, ognuno sarebbe tornato ai suoi soliti affari.
Invece, dopo soli due o tre mesi, erano già morte
dalle due parti alcune decine di migliaia di giovani,
e la brillante esibizione di potenza si era
trasformata in una sporca e sanguinosa guerra di
trincea.

A questo punto sarebbe stato il momento di dire:
questa guerra non la vogliamo fare, ci siamo
sbagliati, torniamo indietro, facciamo finta che non
sia successo niente. Ma come si faceva: c'erano già
decine di migliaia di morti! E così la guerra è
continuata, e alla fine i morti sono stati decine di
milioni.

Così è per la canapa indiana. Come si fa a dire
adesso: "scusateci, abbiamo sbagliato, la cannabis è
completamente innocua, anzi è un benefico farmaco",
dopo tante professioni di fede sulla pericolosità e
sugli effetti demoniaci di questa sostanza, dopo che
milioni di persone in tutto il mondo sono finite in
galera solo per avere fumato uno spinello?
E' forse per questo motivo che non si ha il coraggio
di ammettere l'assurdità di questo proibizionismo, che
mette sullo stesso piano la cannabis e droghe come
l'eroina e la cocaina.
Ma è sempre più difficile mantenere queste posizioni:
negli Stati Uniti, dove la medicina della cannabis è
stata in uso per tanto tempo, sono già una ventina gli
stati in cui sono stati vinti altrettanti referendum
popolari per la liberalizzazione della canapa ad uso
medico. Negli ospedali americani già da tempo l'uso
medico della cannabis è tollerato e addirittura
incoraggiato dai medici, nonostante il permanere della
proibizione del governo federale.
Più di recente, dopo l'Olanda, la Svizzera e di fatto
la Spagna, anche il Belgio il giorno 19/1/2001 ha
deciso di liberalizzare completamente il consumo della
cannabis.
E persino nella arretrata Italia gli usi medici della
canapa cominciano ad essere conosciuti.

Oltre ai principali magazine, anche la televisione
nazionale (RAI3 - Report di Domenica 18/02/2001 ore
23.00) stanno dedicando importanti servizi a questo
argomento, ed anche su Internet esiste un completo
portale in italiano sulla medicina con la cannabis,
gestito da medici ai quali ci si può anche rivolgere
in caso di necessità.

La questione canapa

In definitiva, salvo che qualcuno riesca a dimostrare
il contrario (ma ci hanno già provato in tanti...) la
situazione può essere riassunta nei seguenti punti:

* la coltivazione della canapa per uso industriale,
coltivata ovunque fin da quando esiste l'agricoltura,
è sempre più indispensabile per l'equilibrio
dell'ambiente e per una economia sostenibile;

* la coltivazione della canapa industriale è proibita,
salvo deroghe e limitazioni, perché è difficilmente
distinguibile dalla canapa indiana;

* la canapa indiana a basse dosi (marijuana) è
proibita come se fosse una droga, mentre i suoi
effetti psicoattivi sono blandi e socialmente
accettabili, non provoca danni né a breve né a lungo
termine ed è anzi un importantissimo farmaco;

* la canapa indiana ad alte dosi (hashish) è
ugualmente proibita perché dà effetti allucinogeni,
anche se non provoca danni fisici ma forse solo una
leggera dipendenza;

Di conseguenza:

* non si può liberalizzare la coltivazione della
canapa industriale perché ciò comporterebbe il rischio
di allentare la proibizione sulla marijuana;

* non si può liberalizzare la marijuana, anche se non
è una droga ma un farmaco naturale, perché ciò
comporterebbe il rischio di allentare la proibizione
sull'hashish;

* per la proprietà transitiva non si può coltivare la
canapa industriale perché ciò comporterebbe il rischio
di allentare la proibizione sull'hashish, anche se
l'hashish è di fatto una sostanza innocua e comunque
ben poco usata!

Ma non è ancora tutto: con deroga alla proibizione,
l'Europa ha stabilito che si può coltivare canapa
industriale seminando semente certificata con tasso di
THC inferiore allo 0,3%.
Appena l'Italia ha cominciato a produrre in proprio un
po' di semente delle varietà italiane rientrante in
questo limite, immediatamente la CEE lo porta allo
0,2%, con minaccia di arrivare fino allo 0% se
l'Italia (che produceva la migliore fibra tessile di
canapa del mondo) insisterà nel volersi adeguare a
questo nuovo parametro. Tutto questo per proteggere un
minuscolo monopolio francese, sostenuto da aiuti
comunitari, costituitosi in questi anni.

E così succede che, mentre un numero sempre maggiore
di paesi scopre l'utilità della canapa, ne rivaluta
gli usi medici e legalizza la marijuana e l'hashish,
una miope burocrazia comunitaria cerca di impedire in
tutti i modi che i problemi dell'ambiente possano
trovare le soluzioni che da tanto tempo stanno
aspettando.
Links utili:

http://www.indica.it Informazioni e vendita di canapa e derivati


Nota:
Fonte - http://canapa.4net.com
Società & Cannabis

 
 
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