"La proibizione e la lotta senza quartiere al libero mercato della droga, rese impossibili dall'attuale normativa, sono la prima forma di prevenzione. Per questo rispediamo al mittente, non arretrando di un millimetro, gli attacchi ideologici e preconcetti che il partito radicale di massa, a suon di vuoti slogan e di stantie parole d'ordine, ha lanciato contro l'illuminata decisione del governo e della maggioranza di Centrodestra di incidere sul problema a monte, mettendo mano a quella riforma della legislazione sugli stupefacenti che è la conditio sine qua non per far uscire dal tunnel chi vi è entrato e per non farvi entrare altri giovani".
Lo afferma il senatore Riccardo Pedrizzi, responsabile nazionale di AN per le politiche della famiglia e vicepresidente della consulta etico-religiosa del partito.
"Bisogna partire dal presupposto -spiega Pedrizzi- che a favorire la crescita inquietante della diffusione delle droghe nel nostro Paese, vi è anche una normativa inadeguata perché permissiva.
Infatti, la normativa introdotta con la legge 162/90, intesa a dare un segnale forte di lotta contro le droghe e soprattutto a favorire il recupero dei tossicodipendenti a una vita sociale normale, è stata smantellata con il referendum del '93, che ha abrogato una serie di articoli che vietavano l'uso e la detenzione delle droghe e prevedevano un sistema indirettamente coattivo volto al recupero sociale dei tossicodipendenti.
L'uso e la detenzione di droghe -rimarca l'esponente di AN- sono ora completamente permessi e l'articolato sistema previsto dal legislatore del '90, onde sollecitare il tossicodipendente a liberarsi dalla sua schiavitù, è stato reso vano dal riconoscimento della "liceità" dell'uso degli stupefacenti.
Il referendum del '93, insomma, ha cancellato gli indubbi progressi raggiunti con la legislazione del '90 e, nel vuoto di norme, l'Italia è di nuovo sprofondata nell'equivoco pericoloso del "diritto" a drogarsi".
Il senatore spiega ancora che "dallo sforzo teso al recupero del tossicodipendente, sul presupposto della rinuncia all'uso della sostanza velenosa, abbiamo assistito alla pratica attuazione della teoria della riduzione del danno, che postula la convivenza del soggetto con l'uso abituale degli stupefacenti e si preoccupa esclusivamente di contenerne le crisi acute, somministrando come "medicamenti" sostanze ugualmente velenose, anche se contenenti principi attivi meno intensi.
A questa stregua la somministrazione del metadone, visto all'origine come temporaneo rimedio ad una situazione di crisi da risolversi comunque mediante l'abbandono della sostanza, è diventata modello generale di una convivenza con le droghe predicata come accettabile conseguenza di una scelta di libertà del soggetto.
Ecco perché -sottolinea il parlamentare- occorre riaffermare che considerare lecito l'uso di stupefacenti significa aggredire la persona umana nei suoi elementi costitutivi e favorire la narcosi sociale.
Ecco perché bisogna puntare a un completo riordino della materia che reintroduca con chiarezza l'illiceità dell'uso degli stupefacenti.
Ecco perché è necessario ed impellente riformare la legge punendo la detenzione oltre la dose media giornaliera per poter punire effettivamente lo spaccio, contrastandolo più efficacemente alla fonte.
Ecco perché -conclude Pedrizzi- serve una svolta che riposizioni l'obiettivo da raggiungere: non il mantenimento a vita del tossicodipendente nel suo stato, ma il pieno recupero umano e sociale della persona".
(Roma, 23 settembre 2003)