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 C'era una volta la canapa

Tratto dalla mailinglist di "canapa@yahoogroups.com"

C'era una volta la canapa, ed erano bei tempi: l'Italia era il paese più ricco del mondo e nei suoi campi cresceva un'erbetta che può salvare il pianeta...

Poi tutto cambiò: l'erbetta sparì, incominciò addirittura a fare paura e venne messa al bando. Ora però avviene qualcosa di nuovo e, forse, la seconda era della cannabis è alle porte.

Il declino delle fibre naturali a favore delle materie plastiche, insieme all'ansia per i cosiddetti "usi ludici" della pianta di canapa
(quelli legati all'alcaloide stupefacente Tetraidrocannabinolo, Thc, che dà
origine a marijuana e hashish), hanno segnato il declino e la scomparsa di una
coltivazione di antichissime origini. Ma da tre anni qualcosa si muove: l'Unione europea ha stabilito incentivi economici per la coltivazione della canapa, riaccendendo speranze e dando nuovo avvio a una storia
millenaria.

La piantina, travolta da pregiudizi, timori, cattiva stampa, oltre che dalle fibre sintetiche, è praticamente scomparsa in Occidente da quasi 50 anni. Eppure la tradizione della canapa ha accompagnato la storia umana e la sua versatilità ne ha fatto per secoli la regina delle piante
coltivate. Con la fibra di canapa furono tessute le vele di tutti i popoli del
mare, i sartiami e le corde, le reti, le bandiere, i vestiti dei marinai. Con
il suo fusto e con i semi la carta, l'olio vegetale combustibile, olio alimentare, farine, mangimi vegetali. Con i residui legnosi stracci e combustibile. Henry Ford la studiò per dodici anni, prima di tirar fuori
nel 1941 il più incredibile dei suoi prototipi, l'auto a carrozzeria vegetale: la scocca, ricavata con materiali derivati dalla canapa,
reggeva urti dieci volte superiori a quelli delle carrozzerie d'acciaio, imbottiture e tessuti erano in canapa e il veicolo pesava un terzo delle altre auto. Ford studiava anche un combustibile derivato dalla piantina dei miracoli, ma fu fermato dalla legislazione americana che, prima al mondo, vietava la coltivazione. E dal nylon.
"Now you, lousy old Nipponese" (E adesso a te, vecchio sporco giapponese):
secondo la leggenda della plastica fu la signora Du Pont, moglie del magnate del petrolio, a pronunciare la celebre frase le cui iniziali formano il nome della nuova, rivoluzionaria fibra prodotta dal marito
con gli scarti di lavorazione: Nylon. La signora pensava alla crisi imminente
della seta asiatica, ma anche per la canapa incominciava una brutta epoca.

Correvano gli anni '30 in America, ed era in crescita la concentrazione del potere economico nelle mani di alcune industrie del petrolio: fra queste proprio la Du Pont che ricevette dal banchiere Mellon i capitali per la scalata della General Motors. La banca di Mellon doveva la sua fortuna ai
soldi dei petrolieri e il proprietario, assurto alla carica di segretario del Tesoro, mise suo nipote Henry Aslinger a capo del Federal Bureau of Narcotics and dangerous Drugs, incarico che mantenne dal 1931 al '62.

Casi, coincidenze, ovviamente, ma a tutto scapito della nostra piantina, che fu
inserita nell'elenco dei demoni contemporanei e, proibita, non diede
più disturbo al cugino Nylon e ai suoi parenti. Non si sa come la prese il vecchio giapponese, ma furono dolori per gli italiani: fino agli anni '40 il nostro paese era stato, infatti, il secondo produttore dopo la Russia, e il primo esportatore al mondo della piantina favolosa, poi più nulla.

E pensare che il vecchio Ford aveva visto lungo: gli usi della canapa vanno
ben al di là di quelli tradizionalmente conosciuti. Oggi dalle fibre di cannabis sativa si ricavano isolanti utilizzati nell'industria automobilistica, materiali fonoassorbenti adatti alla bioarchitettura,
addirittura un combustibile da biomassa altamente ecologico, il biodiesel che potrebbe rivoluzionare il sistema dei consumi energetici. Non solo: "La
carta che si ottiene con pasta di cellulosa ricavata da canapa", spiega Daniele Re, produttore di cannabis ad Ascoli Piceno, "È di qualità altissima, e costa meno di quella prodotta con il legno". La canapa costituirebbe cioè un'ottima alternativa alla deforestazione per l'industria della carta; ma non è questa la sua sola patente ecologica. Felice Giraudo, presidente
dell'AssoCanapa chiarisce: "è una pianta autodiserbante, rinnova i terreni dove è coltivata e non ha bisogno di pesticidi, inoltre non richiede trattamento né irrigazione. È la coltivazione biologica per
eccellenza".

Giraudo ha 66 anni e coltiva il suo ettaro di canapa a Carmagnola, in Piemonte, dove la lavorazione della canapa ha una tradizione solida: la Carmagnole, la danza della rivoluzione francese, fu importata dai
mercanti di cordami da canapa che venivano da qui, e vestivano l'omonima
giacca corta da lavoro. Ha le idee chiare:
"Della canapa ci si innamora", dice. Il suo sogno è rianimare la produzione di abbigliamento e teleria: "L'ideale sarebbe usare per la carta lo scarto di produzione". Non è una sparata: addirittura il Poligrafico dello Stato ha sperimentato nello stabilimento di Foggia la produzione di carta ottenuta dagli scarti di canapa, un successo che ha portato la Cgil locale a presentare un piano per la realizzazione di 22 mila tonnellate l'anno creando 300 nuovi posti di lavoro. Ai futuri produttori Giraudo raccomanda di coltivare almeno un ettaro "per non generare sospetti". In effetti fra le forze dell'Ordine la confusione è alta e, anche se le varietà coltivate
in Italia rispettano l'indicazione europea che impone, per accedere ai finanziamenti, un contenuto di Thc inferiore allo 0,2%, non è raro incappare in sequestri cautelativi del raccolto. "Un assurdo", secondo Daniele Re: "Per usi ludici il 4% di Thc è ancora una percentuale bassa". [...]

Oltre al mercato tradizionale, c'è poi quello "alternativo" i cui capofila sono i due negozi Biosfera (A Milano in piazza Morbegno e a Torino in via San Dalmazzo) dove, insieme a dolciumi, telerie, prodotti cosmetici, opere artistiche in canapa, si vendono materiali per la coltivazione,
sementi, lampade per la produzione da appartamento. Qui le confezioni
ammiccano all'"uso ludico" e alla controcultura e accanto ai prodotti trovano
posto materiali informativi legati alla battaglia per la legalizzazione della
cannabis: "Più che una battaglia antiproibizionista", dice però Guido
Andruetto della Biosphera di Torino, "è un buon affare: il negozio attira turisti, è di gran moda, ha successo come punto di incontro per un pubblico vario e trasversale". Sopra le sue vetrine un'insegna settecentesca restaurata recita: "Drogheria Nicola Maria": una pubblicità gratuita e involontariamente umoristica che contribuisce ad attirare i curiosi.

Per i Carabinieri tutto regolare: qui non si vende cannabis indica, da marijuana, ma cannabis sativa, legale. "Che poi sarebbe un'emerita balla", ridacchia nel suo stile agreste il vecchio Giraudo: "La pianta è la stessa". Ma se i cavilli servono a far rinascere la coltivazione, tutto va bene: "Non è solo un problema di economia agricola, è anche la via maestra per la difesa dell'equilibrio ambientale" dice Angela Grimaldi, che ha fondato il Centro
culturale canapa a Terricciano di Pisa, dove sono allestiti una mostra permanente, un laboratorio artigianale e un punto vendita di prodotti derivati da produzione nostrana.
La produzione italiana è però ferma a 300 ettari: un'inezia per Giraudo, che rincara la dose: "Non richiede
materiali chimici, rinnova la terra, produce plastica, energia, carta, fibre sintetiche isolanti per la casa e per l'auto, plastica dura e persino polvere da sparo: esagero se dico che questa piantina può salvare il
mondo?" Se a questi usi si aggiungono quelli medici, come analgesico,
antiasmatico, antibiotico e antibatterico (legati però agli alcaloidi sospetti),
come dargli torto?

[Luca Rastello] - fonte GEVAM
Storia della Cannabis

 
 
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